Siamo a metà dell’VIII secolo: i Longobardi sono diventati un popolo del tutto diverso da quello che due secoli prima aveva invaso l’Italia. I Longobardi dell’VIII secolo, con quei gruppi di guerrieri avevano ormai in comune soltanto il nome e non c’era più alcuna distinzione fra Longobardi e Romani.

Tuttavia, mentre per ripercorrere le gesta di questo popolo abbiamo potuto contare sull’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, non è così per gli ultimi trent’anni di vita del regno longobardo. Il monaco interrompe la sua opera al 744, con la morte di Liutprando. La storia degli ultimi tre re, Ratchis, Astolfo, e Desiderio, dipende dalle voci esterne al regno, franche e papali: manca completamente una voce longobarda.
La volta scorsa ci siamo lasciati parlando di Astolfo, re dei Longobardi e duca di Spoleto.
Papa Stefano II (752-757), nella sua Vita, ci informa che Astolfo, l’infelix Aistulfus, che era stato il maggior antagonista del papato, era stato percosso dall’ira divina, morendo improvvisamente per un incidente di caccia, cadendo da cavallo. E a quel punto, narra il Liber Pontificalis,

“Desiderio, duca dei Longobardi, che era stato inviato dalle parti della Tuscia dal medesimo nequissimo Astolfo, sentendo che il predetto Astolfo era morto, riunendo in fretta tutto il numeroso esercito della Tuscia, cercò di impadronirsi del culmine del regno dei Longobardi”.
Le poche fonti raccontano di un forte conflitto all’interno del regno longobardo: Ratchis, fratello di Astolfo e re prima di lui, era uscito dal monastero di Montecassino dove si era ritirato quando, nel 749, aveva rinunciato al regno, e si era messo alla testa di parecchi optimates Langobardorum, cioè dell’aristocrazia del regno per muoversi contro Desiderio e riprendersi lo scettro. Per cui Desiderio fu costretto a chiedere aiuto al Papa per poter assumere appieno il potere e ricacciare Ratchis nel chiostro.

Ma i rapporti con il papato si guastarono presto, a causa della nuova alleanza che Stefano II strinse con i Pipinidi, la dinastia di Pipino il Breve, e dei figli Carlo Magno e Carlomanno.
In mezzo a questi tumulti, nel 757, gli ottomati Spoletini elessero il proprio duca: Alboino. Un atto con cui assicurarsi la propria indipendenza, tanto più che Alboino giurò fedeltà al papa e al re dei Franchi. Un fatto nuovo che dimostra che Spoleto si sentiva sempre più lontana dal regno di Pavia e attratta invece da Roma.

“L’universalità degli Spoletini, scriveva egli a Pipino, per mano del beato Pietro, e pel vostro fortissimo braccio si sono fatto un duca; e tanto essi come i Beneventani vogliono essere raccomandati alla Eccellenza Vostra” (Achille Sansi).
Desiderio, non appena assunto il pieno potere sul regno e morto Papa Stefano II, mise a ferro e a fuoco le terre dell’Esarcato e della Pentapoli e entrò con l’esercito in quelle di Spoleto, il ducato ribelle, sostenitore di Pipino. E ancora il Sansi:
“Sconfisse le genti ducali, ed avuti nelle mani Alboino e gran parte degli ottimati, sconciamente feriti e mutilati gettolli nelle prigioni. Né più clemente si mostrò di poi ai Beneventani, il cui duca ebbe a gran ventura di potersi fuggire”.
Nell’aprile del 759 Desiderio, riconquistata Spoleto, vi insedia un duca a lui fedele, Gisulfo.
Per tutto il ventennio successivo il ducato appare strettamente unito col regno. Sui documenti, che egli intesta col nome del re, come di solito non avevano fatto i suoi predecessori, Gisulfo compare fino al luglio del 761.
Buon lunedì a casa con i Longobardi!
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