Monteluco (m. 804) si può raggiungere:
* per la strada carrozzabile (8 km) che fu aperta in tre anni di duro lavoro da centinaia di prigionieri croati e ungheresi all’epoca della prima guerra mondiale.
* per il sentiero in mezzo al bosco, la “corta di Monteluco”, che dal Ponte delle Torri s’inerpica per circa 2 km all’ombra dei lecci – 1 ora circa di cammino –
La mulattiera (sentiero CAI n. 1) che partendo dal Fortilizio dei Mulini s’inerpica su Monteluco è tradizionalmente nota come “la corta”, ma è in realtà l’originaria strada comunale Spoleto-Monteluco. Risale il ripido versante nord-occidentale, ammantato da un esteso bosco di leccio in gran parte d’alto fusto, di eccezionale valore scientifico, storico e paesaggistico. La millenaria importanza della foresta è testimoniata innanzitutto dal nome stesso (lucus = bosco sacro) e dalle antiche, severe leggi di protezione come la Lex Spoletina. Recentemente il suo valore è stato riconfermato dalla individuazione come Sito di Interesse Comunitario. E’ presente il maggiociondolo, il bosso, il pungitopo e, tra la fauna, il picchio verde, il picchio rosso maggiore, il rampichino e il picchio muratore.
A circa 500 metri dall’inizio del sentiero, una deviazione conduce al complesso di Sant’Antonio abate, probabile luogo di un antico romitorio. Tornati indietro si riprende a salire per “la corta”, raggiungendo in breve la zona degli eremi, utilizzati dagli anacoreti a partire dal V secolo e oggi per lo più inclusi in proprietà private. Si segnalano quelli più facilmente rintracciabili. Al n. 11 è l’eremo di San Paolo Protoeremita, nell’Ottocento di proprietà della famiglia Marignoli cui si deve la costruzione della chiesa di San Francesco d’Assisi. L’eremo delle Grazie (attualmente residenza d’epoca) acquisì grande importanza nel secolo XVI, quando, partiti i Benedettini da San Giuliano, divenne il nuovo luogo di riunione dei romiti e residenza del priore della congregazione.
L’eremo di San Michele Arcangelo (n. 8) conserva tre profonde grotte, una delle quali fu adattata ad oratorio. L’eremo di San Bonifacio (n. 10), di Santa Maria Maddalena (n. 11), di San Girolamo (n. 15) e di Santa Croce (n. 17), invece, nulla più conservano degli antichi romitori. La villa più elevata, impropriamente chiamata eremo di Sant’Isacco, è il luogo dove sorgevano gli eremi di Santa Maria de Gripta e di San Giovanni de Griptis, il cui nome è evidente allusione ad una molteplicità di grotte ancor oggi verificabile.
