1917: si realizza, grazie ai prigionieri di guerra, la strada carrozzabile del Monteluco
Parte integrante dell’identità storica di Spoleto, antichissima enclave religiosa, luogo mistico fin dall’epoca pagana (“Lucus”), bosco tutelato da leggi come la “Lex Spoletina”, rifugio anacoretico ed eremitico della cristianità fin dal V secolo, il Monteluco e la sua sacralità devono inchinarsi di fronte alle lusinghe della modernità, quando, nel 1916-17, l’Amministrazione comunale decide di realizzare una strada carrozzabile per unire agevolmente la zona del Ponte delle Torri alla sommità del monte, spezzando l’isolamento secolare di un rifugio meditativo che aveva sedotto San Francesco e Michelangelo e aprendo le sue solitarie e silenziose boscosità al turbinio delle automobili .

Leggendo i giornali dell’epoca, conservati alla biblioteca Carducci, è possibile ricostruire genesi, prime fasi e messa in opera di un progetto che intendeva fare del Monteluco uno dei cardini dello sviluppo turistico della città, sacrificando, senza troppe remore, l’aura ascetica dei luoghi per farne un’oasi di accoglienza e benessere, ma giustificando il tutto per il futuro della comunità.
È «Per l’avvenire di Spoleto» titola infatti “Il Messaggero” del 15 dicembre 1916 , descrivendo le motivazioni che avevano portato a pensare una nuova strada, serpeggiante tra le pendici del monte, destinata alle auto, e ponendosi poche remore di carattere ambientale, di fatto assecondando un processo che da qualche anno aveva fatto sì che sorgessero sui versanti boscosi del Monteluco sempre più villini e che antichi eremi fossero trasformati in accoglienti resort, ma anzi addirittura auspicando la costruzione di nuove ville e il sorgere di stabilimenti di cura e di case di riposo.
Approvato in Consiglio comunale nell’ottobre di quell’anno, il progetto – lo si dice espressamente nell’articolo che riporta stralci della relazione – si basa su alcuni punti fermi: unire più comodamente possibile alla città i villini già costruiti o costruendi; passare in prossimità di San Giuliano, «questa gloria artistica della regione»; «sfruttare le bellezze dello stesso monte, ciò che è pressoché impossibile attualmente per la enorme difficoltà degli accessi». Giovandosi della manodopera dei prigionieri di guerra, si possono abbattere sensibilmente i costi che ammontano a 72mila lire, a spese del Comune e dei privati proprietari dei terreni, in dieci annualità.
Dal volume “Monte Luco” di Carlo Bandini, del 1922, proponiamo stralci dal progetto di massima: La strada parte dal Ponte di S. Pietro sul torrente Tessino alla quota 366 circa, e, seguendo il pendio a valle della strada detta, del Ponte delle Torri, si sviluppa successivamente lungo il declivio del Monte di S. Giuliano, toccando, mediante opportune voltate, il Monte Luco. A 4 chilometri, circa, raggiunge un punto di accesso prossimo alla vetta di S. Giuliano, all’altezza di m. 600 sul 1. d. m. Da questo punto con opportuna trasversale raggiunge la magnifica falda del Monte Luco alla quota 650, da cui si sviluppa fino alla quota 787, che è all’incirca quella del Convento francescano. Quest’ultimo tratto ha lo scopo di raccordare S. Giuliano e quindi anche Spoleto con la falda superiore del Monte e la cima stessa di esso. Ha la larghezza costante di m. 5 e una pendenza massima del 6° con curve di raggio non inferiore ai 20 metri. La sua lunghezza complessiva è di chilometri 7 circa.
Per seguire l’iter dei lavori basta dare uno sguardo ai media dell’epoca. Il 21 gennaio 1917 il settimanale “Il Risveglio” spiega le ragioni (di ordine pratico, estetico, ambientale) che hanno portato a privilegiare, per lo sviluppo della strada, il lato che guarda a Spoleto ma lamenta gli intralci e le resistenze che il progetto finanziario e tecnico già approvato incontra da parte di alcuni privati che tardano a trovare un accordo economico con il Comune. Accordo che sempre “il Risveglio”, nel numero successivo, è lieto di comunicare sia stato infine trovato.
A marzo 1917 “Il Messaggero” annuncia che per iniziare i lavori si attendono, provenienti da Cassino, i prigionieri di guerra, destinati ad alloggiare nell’eremo di S. Antonio. In un articolo di aprile del 1917 si dice che l’opera, da alcuni giorni, è già cominciata. Il mese successivo sia “Il Messaggero” sia “il Risveglio” partecipano ad un sopralluogo percorrendo la carrozzabile e descrivendo nei dettagli il progetto dell’ingegner Chiavarino, sottolineando una volta ancora come si tratti di un’occasione preziosa per lo sviluppo di Spoleto e magnificando enfaticamente lo spettacolo che si offre allo sguardo di chi la percorre. Ma nonostante i lavori procedano alacremente, per la sua inaugurazione ci sarà bisogno di attendere più del previsto.
“Il Messaggero” di due anni dopo, il 29 ottobre 1919, parla di un nuovo sopralluogo, cui partecipano il Sindaco Ettore Santi, assessori, consiglieri e una rappresentanza della stampa, per dare un ultimo sguardo estatico alla «erigenda strada, che ora può dirsi eretta». Nonostante le critiche che ha ricevuto, si può ora contemplare nella sua interezza un’impresa epocale: «il nostro storico Monteluco avrà sicuramente un avvenire, specie nella stagione estiva, con questa nuova e comoda strada».
Eppure poco tempo dopo la conclusione dei lavori, si tornerà di nuovo a parlare di accessibilità sul Monteluco, proponendo un’idea temeraria: la realizzazione di una funivia che colleghi monte e città, un progetto mai realizzato, la cui storia abbiamo già raccontato in uno dei primi numeri di questa rubrica.
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