Giacomo di Giovannofrio

Adorazione dei Magi, 1515

Giacomo di Giovannofrio fa parte della famiglia degli Iucciaroni, pittori e intagliatori di Norcia, e lavorò attivamente in diverse chiese della Valnerina a cavallo tra la fine del ‘400 e i primi del ‘500.

L’Adorazione dei Magi è firmata dal pittore e reca anche il nome e il marchio mercantile del committente, il nursino Costantino di Loccio. L’opera si trovava in origine nella chiesa di San Francesco di Norcia, dove i Locci avevano la loro cappella e dove nel 1817 la vide ancora in situ il vescovo di Spoleto nel corso della visita pastorale. Pochi anni dopo, nel 1823, venne rimossa e portata nel brefotrofio di San Carlo a Spoleto, al quale erano passati i beni della chiesa a seguito delle soppressioni degli enti ecclesiastici. Nell’inventario viene descritta come «Quadro grande circa piedi 10 largo 7 rappresentante il Presepio di ottimo pittore eseguito nel 1524 venuto in proprietà dell’Ospedale nella retrocessione dei Beni applicatigli ell’Ec. Convento de’ Conventuali di Norcia a quel Mon. Vescovo esistente in quella Chiesa de Conventuali, fatto tradurre in Spoleto nel 1823». Come gran parte del patrimonio artistico di proprietà dell’Ospedale, l’opera è in seguito confluita nelle raccolte della Pinacoteca Comunale di Spoleto, dove la vide e disegnò Giovan Battista Cavalcaselle.

Nel dipinto appare chiara la cultura di Giacomo di Giovannofrio legata alla pittura di Giovanni di Pietro detto lo Spagna. Tranne che per alcune piccole varianti, l’opera è infatti del tutto ispirata alla sua Adorazione dei Magi, oggi conservata ai Musei Vaticani, e in origine realizzata per Santa Maria della Spineta presso Todi. Al centro è raffigurato il gruppo della Vergine con San Giuseppe e il bambino con Angeli, mentre nello sfondo vediamo in arrivo i pastori e il corteo dei Magi. L’Adorazione di Giovannofrio è importante testimonianza di una pittura locale che guardò con grande interesse agli esiti dello Spagna, in questo caso rafforzati dal successo riscosso dal pittore nell’ambito della committenza francescana.

Per saperne di più visita la sezione “A tu per tu con l’arte” di Palazzo Collicola >> https://bit.ly/3cj6H9O

San Giorgio e il drago, copia da Raffaello

San Giorgio e il drago, seconda metà del XVI secolo [Olio su tela, 28,5 x 21]

Il dipinto è una copia del San Giorgio e il drago dipinto da Raffaello intorno 1505 e conservato alla National Gallery of Art di Washington. L’opera venne commissionata da Guidobaldo da Montefeltro per essere inviata in dono a Enrico VII, o forse al suo emissario, Gilbert Talbot, e vi giunse per il tramite di Baldassarre Castiglione.

La copia spoletina, per la quale è stata in passato erroneamente proposta un’attribuzione a Raffaello, è stata donata alla Pinacoteca nel 1954 da Anna Detti, figlia del pittore spoletino Cesare Detti, e vedova dell’antiquario reggiano Luigi Parmeggiani che aveva lavorato soprattutto a Parigi. Il dipinto proviene da questa città, come provano i timbri e le etichette della Dogana sul retro risalenti forse a prima del 1924, epoca in cui l’antiquario chiuse la sua attività. Sul pettorale rosso del cavallo è scritto RAPH, con una lacuna che doveva contenere le lettere AEL, mentre nel retro compare a inchiostro il numero 50 e un’altra attribuzione «Raphael» manoscritta. Vi è anche un timbro frammentato in ceralacca con le sole lettere SUQ.

Nel dipinto il San Giorgio è raffigurato secondo la sua iconografia tradizionale a cavallo nella sua lucente armatura mentre trafigge con la lancia il drago. Sulla destra si trova la principessa in preghiera mentre osserva l’eroe in azione e nello sfondo è dipinto un delicato paesaggio con dettagli di alberi frondosi. È soprattutto nella rappresentazione della natura che si colgono alcune delle differenze con l’originale di Raffaello, in particolare nello sfondo e nelle piante cresciute sulla roccia di sinistra che ospita la caverna del drago. Di notevole pregio è la cornice intagliata e dorata in cui è ribadita l’attribuzione dell’opera a Raffaello.

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