Marco Tirelli

Senza titolo (2002)

Durante la sua carriera, Marco Tirelli (Roma, 1956) ha esposto in alcune delle più prestigiose sedi museali italiane, oltre che in rassegne dallo spessore internazionale come Manifesta 7 e la Biennale di Venezia, dove ha presenziato nel 1982 e, con sala personale, sia nel 1990 che nel 2013.

Diplomato in scenografia con Toti Scialoja all’Accademia di Belle Arti di Roma, al 1980 risale la prima personale romana alla Galleria De Crescenzo e, a quattro anni più tardi, quella presso la Galleria L’Attico di Fabio Sargentini. Già insediatosi negli ambienti in disuso del vecchio Pastificio Cerere (realtà poi divenuta nota come Nuova Scuola Romana o di San Lorenzo), Achille Bonito Oliva lo incluse nella pubblicazione, del 1983, la Transavanguardia Internazionale, in cui delineò un modello globale delle diverse attitudini di ritorno alla pittura, mentre nel 1986 partecipò alla XI Quadriennale di Roma.

La pittura di Tirelli rappresenta il punto di collegamento fra la tradizione astrattista europea e la cultura metafisica italiana. Come ravvisabile dall’opera nella collezione della Galleria d’Arte Moderna di Spoleto, Senza titolo (2002), il suo lessico manifesta un evidente purismo nei confronti degli elementi linguistici impiegati, sempre scevri di qualsivoglia superfetazione, insieme alla facoltà di riuscire a commisurare gli opposti del descrittivo e del poetico. Qui, i volumi sferici, sospesi fra astrazione e fisicità, sono come ritratti nel vivo di un processo epifanico, reso ancor più ieratico dalla loro centralità. La monocromia circostante, genera le forme mediante un volitivo chiaroscuro concentrato, soprattutto, sulle zone perimetrali intese come estremo confine intellegibile. Ne scaturisce, complessivamente, uno straniante senso del fenomenico declinato secondo i termini di una narrazione visiva enigmatica e che sembra essere sul punto si svelare il noumeno di tali apparizioni.

Fausto Melotti

Tema e variazioni I: Variazione n. 4 (1984)

L’interpretazione della scultura di Fausto Melotti (Rovereto, 1901 – Milano, 1986), forse uno degli artisti più originali del Novecento italiano, ha assecondato, nella sua evoluzione, una grande varietà di desinenze. Studente di Adolfo Wildt all’Accademia di Brera insieme a Lucio Fontata, cugino di Carlo Belli e presente fra le fila degli astrattisti della galleria Il Milione, dalle soluzioni aniconiche degli anni Trenta, la sua ricerca, passando per i “Teatrini”, nei decenni successivi, si è evoluta in senso, si potrebbe dire, riduzionista sfociando in sculture esili e filiformi ottenute con pochi e calcolati elementi. In esse, vere e proprie microarchitettutre, traspare sia la conoscenza delle norme della composizione musicale dell’autore, nonché un’organizzazione dello spazio derivante dalla frequentazione dell’ambiente razionalista.

L’opera nella collezione della Galleria d’Arte Moderna “G. Carandente” di Spoleto, Tema e variazioni I: Variazione n. 4, del 1984, appartiene a questa famiglia di lavori e, precisamente, a una serie iniziata nel 1968. Difatti, in essa è possibile riconoscere tutte le proprietà succitate quali ritmo compositivo, articolazione strutturale, riduzione formale, alternanza di pieno e vuoto, la funzione significativa della luce (quindi anche dell’ombra) e assenza volumetrica. In esiti come questo, l’artista dimostra la raffinata efficacia di una poetica della sottrazione basata sul ridimensionamento dei tradizionali strumenti narrativi della scultura. Proprio in seno a tale attitudine, Abraham M. Hammacher, riferendosi a Melotti, parlò di “anti-scultura”.

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