(Borgo San Sepolcro 1536 – Roma 1615)

[olio su tela, 290×184]
Il dipinto era collocato originariamente sull’altare della cappella di Sant’Anna nel Duomo di Spoleto, completamente rinnovata nel 1597 a spese del nobile spoletino Cesare Glandi; la Sacra Visita Barberini lo descrive nel 1610 nella cappella della quale ne riporta anche l’iscrizione dedicatoria, oggi perduta.
La tela, che reca la firma del pittore in basso a sinistra su di un cartiglio: IO VECCHIS De BU[GO] / [F]ACIEBAT, dopo i lavori di rifacimento dell’interno del Duomo dovuti all’ iniziativa del cardinale Francesco Barberini, venne trasferita nell’ex Monastero di San Matteo trasformato in magazzino comunale dopo la soppressione del convento. Riscoperta nel 1974 fu successivamente restaurata e collocata nella Civica Pinacoteca. L’opera è oggi esposta nella Sala dei Duchi del Palazzo Comunale.
E’ stato possibile conoscere l’autore del dipinto solo dopo le operazione di restauro che hanno permesso la lettura della firma dell’importante pittore della seconda metà del XVI secolo che testimonia l’irradiarsi della cultura manierista romana in Umbria e, che come lo definì Federico Zeri, fu uno dei protagonisti del “manierismo internazionale” e della evoluzione della pittura sacra a Roma.
La tela, pervasa da un sentimento di devozione, raffigura in alto fra una avvolgente cortina di nubi e piccoli putti la Vergine e Sant’Anna in gloria che sostengono il Bambino benedicente, mentre in basso, su un fondo di paesaggio animato da architetture fantastiche classicheggianti, sono in perfetta simmetria i Santi Francesco e Chiara raffigurati con i prispettivi attributi.
Giovanni De’ Vecchi, allievo di Raffaellino del Colle e di Taddeo Zuccari, si inserì nella cerchia artistica romana lavorando per il cardinal Alessandro Farnese e fu tra i maggiori decoratori del palazzo Farnese a Caprarola. Tra le imprese più prestigiose della sua carriera va senz’altro annoverata la decorazione della cupola e dei pennacchi della chiesa del Gesù, sostituita dai successivi affreschi seicenteschi, di cui restano però le testimonianze scritte del Baglione (1642) e del Celio (1638).
Stefano Parrocel
(Avignone, 1696 – 1774)

Il dipinto raffigurante l’Incredulità di San Tommaso, ora collocato nel piano nobile di Palazzo Collicola, proviene dalla ex-chiesa del Monastero della Stella consacrata ai SS. Stefano e Tommaso dove si trovava anche il Martirio di S. Stefano dello stesso autore, e fu probabilmente commissionato dalle suore agostiniane di clausura.
La tela, provvista di cornice di legno intagliato, dorato e verniciato è un notevole esemplare dell’attività umbra del pittore provenzale Stefano Parrocel, soprannominato “il romano” che ha lasciato altre opere nell’Umbria meridionale.
Figlio di Jacques-Ignace Parrocel, pittore di battaglie e incisore, Etienne arriva a Roma nel 1717, dove rimane tutta la vita, italianizzando il proprio nome in Stefano e inserendosi nell’ambiente artistico romano seguendo l’esempio di Pierre Subleyras e aderendo al clima di riscoperta della compostezza classica allora in voga.
Sin dalle opere giovanili, esprime una salda essenzialità compositiva articolata sulla contrapposizione di masse ben definite, un raffinato cromatismo rococò parallelo a quello di un Sebastiano Conca.
Il suo stile prende spunto dallo studio dei maestri francesi del Seicento, in particolare del classicismo accademico di Charles Le Brun.
L’opera raffigura un celebre episodio del Vangelo di Giovanni in cui il Cristo dopo la resurrezione permette a San Tommaso di constatare la piaga presente nel suo costato mentre i tre Apostoli ai lati osservano l’avvenimento.
La scena è inserita entro un tempio absidato e il chiarore che emana dal corpo di Cristo, coperto da un mantello bianco, si riverbera sui volti degli Apostoli e sulle loro vesti rese con i toni tenui dell’azzurro, del rosso, del verde e del giallo.
La tela reca in basso a sinistra la data del 1758 ed appartiene all’ultimo periodo dell’attività del pittore avignonese in cui il classicismo e la formula eclettica della sua pittura uniti al sapiente dosaggio degli effetti e delle ricerche luministiche contribuiscono al diffondersi delle sue opere in monasteri e chiese anche umbre.
Per saperne di più visita la sezione “A tu per tu con l’arte” di Palazzo Collicola >> https://bit.ly/3cj6H9O



