Studio di Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino (Cento 1591 – Bologna 1666)

Maddalena Penitente| olio su tela, 325 x 196

La tela, commissionata dallo spoletino Alfonso Palettoni negli anni del suo governatorato a Cento e presente a Spoleto forse già dal XVII secolo, fu donata dagli eredi della famiglia Palettoni alla confraternita cittadina della Maddalena. Il Palettoni frequentava certamente la bottega del Guercino, come dimostrato dal Libro dei conti dei due fratelli Barbieri, nel quale vengono annotati diversi pagamenti effettuati dal governatore spoletino tra i quali anche quello per la Spezieria di Paolo Antonio, fratello del Guercino, oggi esposta presso il piano nobile di Palazzo Collicola.

Nel 1861 a seguito del Decreto Pepoli e della soppressione degli ordini religiosi, la confraternita per evitare la confisca della Maddalena, fece rimuovere la pala in maniera clandestina e la nascose in Duomo dietro il quadro di Annibale Carracci presente sull’altare del transetto destro; fu però scoperta, sequestrata e depositata nel Palazzo Comunale.

Intorno alla metà del ‘800 venne commissionato a Giovanni Catena il restauro, in occasione del quale il pittore spoletino ne dipinse una copia per la chiesa della Maddalena.

L’opera è concordemente indentificata dagli studiosi come uno studio di Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino, non comparendo nel Libro dei conti del maestro centese alcun riferimento collegabile alla Maddalena spoletina, nella quale pur riconoscendo la presenza della sua bottega nella qualità dell’esecuzione è possibile riferire l’impostazione generale al Guercino stesso e a quella fase del suo percorso caratterizzata da “una gamma cromatica più pallida, più pastello e un tipo di fattura più delicato” (D. Mahon).

La monumentalità della figura della Maddalena penitente, soggetto assai popolare in quel tempo, viene raffigurata nell’atto di flagellare le sue carni, coperta da un pesante mantello e inginocchiata su di una pietra. La santa interagisce con lo spazio circostante in modo equilibrato mentre un grande angelo chiude la composizione a sinistra mentre i tre putti alla sua destra segnano il passaggio dall’ombra alla luce.

Per saperne di più visita la sezione “A tu per tu con l’arte” di Palazzo Collicola >> https://bit.ly/3cj6H9O

Sebastiano Conca (1680-1764)

Madonna con bambino e San Giovannino ( 1746 ) | tela / pittura a olio, 75×56

L’elegante dipinto raffigurante la Madonna con Bambino e San Giovannino esposto nella sala verde del piano nobile di Palazzo Collicola venne realizzato nel 1746 da Sebastiano Conca pittore che, stando a quanto raccontano i biografi suoi contemporanei, nelle private Gallerie, e palagi di molti Signori in Roma si veggono opere sue, e molte ne sono andate altrove, e massimamente nei Paesi Oltramontani, e più nell’Inghilterra (Bernardo De Dominici, Vite de’ pittori, scultori, ed architetti napoletani, 1742-1745).

Il pittore gaetano, nato a Gaeta nel 1680 e formatosi a Napoli nella bottega di Francesco Solimena, durante la sua carriera svolta prevalentemente a Roma dove diresse per ben due volte la prestigiosa Accademia di San Luca, fu molto apprezzato da importanti committenti e collezionisti esteri  come Thomas Coke conte di Leicester, il re Filippo V di Spagna o l’arcivescovo di Magonza Franz Lothar von Schönborn. Il Conca fu tra i protagonisti della pittura romana del secondo quarto del Settecento e insieme a Giaquinto introdusse in Umbria il gusto nuovo del Rococò.

Per Spoleto eseguì un consistente gruppo di opere e probabilmente vi soggiornò ricevendo varie commissioni dalle famiglie del luogo, come gli Ancaiani per i quali realizzò una copia da “Lo Spagna”; ebbe anche un seguace locale, Nicola Costantini che lo affiancò nella realizzazione delle tele per la Chiesa della Manna d’Oro.

In questo dipinto, che si colloca nel periodo di massima attività dell’artista per chiese e famiglie spoletine, il gruppo della Madonna con il Bambino Gesù e San Giovannino, inserita in un finto ovale, emerge da una fitta vegetazione attraverso i gesti aggraziati ed eleganti delle figure dai toni sereni e pacati, che vengono accentuati da una delicatezza cromatica e da ombre soffuse.

L’opera, che costituisce uno splendido esempio di quella produzione di destinazione privata che costituì un aspetto minore ma non certo irrilevante dell’attività del pittore, è forse da identificarsi con il quadro che Leonetti Luparini vide nella casa Corradi di Spoleto. Fu collocato nella Pinacoteca civica nel 1910.

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