Nel dicembre 1961 si inaugurava la variante della strada destinata a migliorare i collegamenti con Spoleto e a cambiare per sempre il paesaggio circostante
Fino a non molti anni fa non c’era nessuna arteria che solcasse in longitudine la verde valle del Tessino tra Spoleto e Monteluco, nessuna opera dell’uomo che separasse marcatamente le propaggini della città dai declivi del sacro Lucus, nulla che interrompesse la continuità visiva di un paesaggio talmente sublime da far esclamare a San Francesco «Nil (Nihil) Jucundius Vidi Valle Mea Spoletana».
Quel paesaggio era destinato a cambiare in maniera decisa nel 1961, in occasione della conclusione dei grandi lavori per l’ampliamento e la variazione altimetrica della Flaminia, quando, nel tratto spoletino, fu realizzata una strada che tagliava la valle passando sotto il colle S. Elia.

Nel suo “Cronaca di Vita Cittadina” (Spoleto, 1991), tratto dalla raccolta di articoli del giornalista Antonio Busetti, Carlo Alberto Berioli prima ci informa che le grandi opere per la variante Flaminia, nel tratto spoletino, comprendevano anche un «grandioso ponte sul Tessino (sette campate di 31 metri con una lunghezza totale di 240 metri)» e «una galleria di oltre 520 metri sotto il Colle di S. Elia, in corrispondenza della Rocca» e poi ci mostra uno scatto della cerimonia inaugurale della galleria, avvenuta, presenti il Sindaco Gianni Toscano e il Presidente del Consiglio Amintore Fanfani, l’8 dicembre 1961.

Il tratto dei lavori dal valico della Somma a Strettura fu completato nel 1957. L’anno successivo si mise mano agli interventi della tranche tra Strettura e Spoleto che furono ultimati, appunto, nel 1961. Due anni di lavoro, si leggeva nei giornali dell’epoca – riportati sempre nel volume di Berioli – per una nuova arteria destinata ad offrire «maggiori prospettive allo sviluppo del traffico turistico e commerciale, consentendo di smaltire il caotico afflusso di automezzi provenienti o diretti verso Roma».
Una visione, questa, coerente con le conclusioni di un denso articolo sulla storia della consolare Flaminia nel territorio umbro a cura dell’ing. Piero Grassini intitolato “Tra Roma e Spoleto non c’è più la Somma” e pubblicato nella rivista “Spoletium” nell’aprile del 1966, a pochi anni dalla conclusione dell’opera:«Non vorremmo qui scendere a valutazioni di carattere economico sul rendimento dell’investimento fatto, pur essendo sicuri che con il traffico autoveicolare d’oggi esso è certamente cospicuo. Vorremmo invece sottolineare che aver cambiato faccia alla Somma è stato un po’ togliere Spoleto dal suo isolamento, affratellarla con le città vicine, legarla alle metropoli. E noi che non amiamo le città alveari e le grandi metropoli, pensiamo che se con un nuovo soffio di vita giunge a città che non possono vivere solo di bellezza e del passato ma hanno necessità di inserirsi nel moderno ritmo di traffico della vita moderna, ciò può dare un maggior valore a quelle ‘città minori tradizionali’ che possono restare residenziali e che, se non saranno più capoluoghi o capitali di territori, saranno ancora e sempre sempre capitali dell’anima – che è quello che conta.»

Splendido biglietto da visita per Spoleto agli occhi di chi transita per la via, con la Rocca e il Ponte delle Torri a stagliarsi possenti sopra la strada, la variante della Flaminia ha ricevuto però anche critiche per aver spezzato, come evidenziano sia una vecchia cartolina, sia una foto conservata nella fototeca della biblioteca Carducci, un fragile equilibrio paesaggistico.

A titolo di esempio, in una delle guide più autorevoli prodotte sul patrimonio dello spoletino (“L’Umbria – Manuali per il territorio” di Gentili, Giacchè, Ragni e Toscano, edita nel 1978) si dice come quel paesaggio risulti «completamente trasformato dalla variante della via Flaminia, che ha spezzato la continuità naturale esistente fra il corso del Tessino e le pendici del Monteluco; l’ampio rettifilo di asfalto, che prosegue in tunnel sotto il colle S. Elia e l’intenso, veloce traffico che vi si svolge non riescono ad assimilarsi alle linee ampiamente modulate del paesaggio e alla sua quieta solennità.»
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