Accadde a Spoleto: lo splendido Arco di Druso e il possente tempio.

Fatti, vicende, personaggi e storie della città dai documenti della biblioteca Carducci

Nel 1955, dopo decenni di studi, di ricerche e di ipotesi progettuali, dopo strenui tentativi per avviare una vera e propria impresa archeologica, dopo campagne di scavo quasi subito abortite per mancanza di fondi, cominciano finalmente i lavori per riportare alla luce alcune parti di due insigni monumenti della Spoleto romana, due testimonianze mirabili, risalenti al I secolo dopo Cristo, dell’antica colonia di Spoletium: uno splendido arco trionfale e un possente tempio.

Nel giro di un paio d’anni vengono eseguiti una serie di interventi che porteranno a liberare completamente, fino all’antico piano di calpestio, un pilone dell’Arco di Druso e a riportare alla luce, dopo aver demolito le scale dell’ingresso del convento di Sant’Ansano e parte della parete della chiesa, non solo l’antico livello della pavimentazione romana ma lo stilobate (cioè i grandi blocchi in pietra su cui poggiano le colonne), parte del muro della cella e una colonna del tempio romano.

Umberto Ciotti – all’epoca degli scavi direttore di una istituzione nata da pochi anni l’Ispettorato archeologico per l’Umbria – spiega, in un articolo scritto per la rivista “Spoletium”, che parte del merito per l’ingente impresa va ascritto all’onorevole Giuseppe Ermini, fondatore del CISAM e allora Ministro della Pubblica Istruzione, che dispose un decisivo stanziamento.

Ma rispetto ai lavori del 1955-1957 c’è da fare una premessa fondamentale, una storia che serve da cruciale prodromo a questa vicenda e che ha per protagonista l’intraprendenza, la preparazione, la sagacia e l’entusiasmo del maggiore archeologo spoletino: “Nel 1900 – sempre citando Ciotti – Giuseppe Sordini, che già da qualche anno aveva rivolto la sua attenzione al tempio nascosto nella chiesa di S. Ansano, sperando di eseguirne lo scavo, riuscì a raccogliere una piccola somma e con essa diede inizio a quella impresa archeologica, che, ripresa dopo oltre mezzo secolo, ha portato all’isolamento e alla liberazione quasi completa dell’edificio romano. A lui spetta il merito di aver per primo intuito l’importanza del monumento e forse, senza i felici risultati di quelle prime modeste ricerche – frutto dell’entusiasmo di un archeologo e del civismo degli spoletini che con pubblica sottoscrizione finanziarono gli scavi – la esplorazione del tempio non sarebbe stata mai compiuta e noi non avremmo oggi il piacere di riammirare due insigni monumenti dell’architettura romana imperiale”.

Fu il Sordini il primo a sospettare dell’esistenza di un grande edificio nascosto sotto la chiesa di Sant’Ansano osservando che quella che vi saliva dal pavimento della cripta di Sant’Isacco, da lui interpretato come il lastricato del foro, potesse essere in realtà l’antica scala d’accesso ad un tempio.

Grazie al Sordini all’inizio del secolo XX e poi agli scavi della metà degli anni ‘50, oggi possiamo avere un’idea più chiara di questi due monumenti romani di età imperiale, che il viaggiatore dell’epoca, proveniente da Monterone lungo il diverticolo della Flaminia che passava dentro la città, si trovava stagliati superbamente di fronte percorrendo il cardo maximus (l’attuale via dell’arco di Druso) subito prima di immettersi nel foro (piazza del Mercato).

Fu il senato spoletino a decidere la costruzione di un arco monumentale in onore di Druso Minore e di Germanico, figlio naturale il primo e adottivo il secondo dell’imperatore Tiberio e suoi eredi designati, prematuramente scomparsi rispettivamente nel 23 d.C. e nel 19 d.C. Ad un solo fornice, eretto utilizzando grossi blocchi di calcare locale, fu inglobato a partire dal medioevo nelle case circostanti e rischiò alla fine del ‘500 di essere quasi demolito.

Accanto all’arco sorgeva un tempio di circa 12 metri di altezza, quasi 16 di lunghezza e quasi 9 di larghezza, con pronao a 6 colonne, su cui fu ricavata all’interno della sua stessa area, cessato il culto pagano, una chiesa paleocristiana. Poi nel medioevo sorse un nuovo edificio religioso, che i documenti del XIII secolo indicano come dedicato indifferentemente a Sant’Isacco o a Sant’Ansano. Nei secoli seguenti fu intitolata a Sant’Isacco la sola cripta e a Sant’Ansano la chiesa superiore, completamente rifatta nel ‘700.

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE
Oltre al citato articolo di Ciotti sullo Scavo e sistemazione dell’edificio romano in ‘Spoletium’ n.7 del 1957, per una disamina generale sulla Spoleto romana è imprescindibile il volume, scritto nel 1939, quindi prima degli scavi qui menzionati, “Spoletium (Spoleto): Regio 6., Umbria” del grande archeologo Carlo Pietrangeli, tra l’altro direttore dei Musei Vaticani. Alcuni disegni e ricostruzioni del tempio e dell’arco sono tratti da: “L’arte nell’Umbria e nella Sabina” di Ugo Tarchi.

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